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martedì 16 gennaio 2024

I miti del calcio: Figueroa, l'area di rigore è il mio regno ed entra chi voglio io!

Elias Ricardo Figueroa Brander è il suo nome per esteso ma il mondo del calcio lo conosce come "El coloso", "El gran capitan", "El Mariscal" o "Mister Lujo", tanti sono stati i soprannomi con cui gli appassionati, ammirando estasiati la grande classe del difensore cileno, erano soliti chiamarlo.

Figueroa rappresenta il paradigma perfetto di come nel calcio, ma soprattutto nella vita, non ci si debba mai arrendere neppure davanti alla più disarmante evidenza. Ha appena iniziato a muovere i primi passi e, a causa di una difterite, è costretto a subire una tracheotomia che gli crea gravissimi problemi respiratori. Il responso sanitario è tremendo: "Non sarà mai un bambino normale, non potrà mai correre e giocare come gli altri." Letta a molti anni di distanza più che una sentenza potrebbe essere considerata una profezia! Elias, infatti, non sarà mai come gli altri...ma molto più grande!

Le sue peripezie, comunque, non finirono qui: l'asma che si portò dietro come conseguenza dei suoi malanni lo costrinse a lasciare Valparaiso, il suo mare e il suo sole, per "rifugiarsi" nell'entroterra, dove Elias sembrò finalmente tornare a stare meglio. La ricaduta però era in agguato: a undici anni si ammalò di una poliomielite che lo costrinse a non lasciare il letto per un anno intero. Anche questa volta un carattere forte lo aiutò a vincere la sfida. Tornò con fatica a camminare, a correre, e diventò grande, fisicamente e caratterialmente. A poco più di quindici anni era un uomo di un metro e ottanta, aveva conquistato un posto da titolare nel piccolo club Uniòn La Calera e si era permesso il lusso di impressionare Garrincha e Pelè in un'amichevole di preparazione che il Brasile, che poi vinse il Mondiale cileno del '62, disputò contro Figueroa e compagni. La sua ascesa divenne inarrestabile: a diciott'anni, a seguito di una prestazione sensazionale contro i campioni del Colo Colo nacque il primo "apelido": Don Elias, a certificare la grandezza del giocatore e il carisma che sapeva imporre a compagni e avversari, caratteristiche che lo portarono a indossare, sempre e ovunque, la fascia da capitano.

Nel frattempo, a soli diciassette anni, sposò Marcela e nel giro di due anni divenne due volte padre, a conferma di una maturità precoce, figlia delle tante traversie patite. Le continue ottime prestazioni offerte con la maglia dei Santiago Wanderers e la voglia di Figueroa di misurarsi con un calcio più competitivo, lo portarono ad accettare le offerte del Peñarol, squadra simbolo dell'Uruguay, che con lui e grazie a lui, divenne più volte campione nazionale e conquistò Copa Libertadores e Intercontinentale.

Chiuso il ciclo con gli "aurinegros" di Montevideo, prese il via una nuova stimolante avventura: Figueroa la affrontò guardando a quei cinque grandi campioni che il Brasile schierò nel Mondiale messicano nel suo attacco, quei cinque favolosi numeri dieci: Jairzinho, Gerson, Tostao, Pelè e Rivelino. Fu a loro che lanciò il guanto di sfida. Firmò per l'Internacional di Porto Alegre e così, dopo 241 partite e 6 reti col Peñarol, ne raggranellò altre 336 con 26 reti con la maglia biancorossa dei brasiliani, vincendo campionati gaùchi e brasiliani a ripetizione. Uno in particolare: il Brasilierao del 1975, quando nella finale con il Cruzeiro, sotto un cielo di piombo denso di nuvole, il sole si aprì un improvviso varco per illuminare un solo punto dell'area di rigore difesa dai giocatori di Belo Horizonte. Cross dalla fascia destra di Valdomiro e in quel cono di luce si materializza Figueroa, che di testa mette a segno l'1 a 0 che decide l'incontro. Da quel momento, soprattutto per un popolo come quello brasiliano che assegna grande importanzxa al soprannaturale, Elias Figueroa assunse l'immagine di un semi-dio. 

Tornò comunque nel suo Cile, per vincere ancora con Palestino e Colo Colo e cimentarsi poi come politico e come commentatore sportivo. La sua eleganza, la sua forza fisica, l'eccellente senso dell'anticipo, la sicurezza nel tocco di palla, la capacità e la personalità con cui sapeva gestire i movimenti dei compagni e della squadra, gli permisero di conquistarsi una considerevole serie di titoli personali: fu due volte giocatore mondiale dell'anno per la Fifa (nel 1975 e nel 1976) e tre volte calciatore sudamericano dell'anno, senza contare le benemerenze come miglior giocatore del campionato cileno, uruguagio o brasiliano dell'anno, le due "Bola de Ouro" brasiliane e le tre "Bola de Prata", l'inserimento nella formazione sudamericana del XX secolo, la 37^ posizione nella graduatoria di miglior calciatore del mondo stilata dall'IFFHS, il titolo di miglior calciatore cileno della storia.

Anche se forse la testimonianza più grande del suo valore venne dall'immenso (e poco propenso a non essere considerato il numero uno) Franz Beckenbauer, che nell'anno in cui si aggiudicò Coppa Campioni, Mondiale e Pallone d'Oro sentenziò: "Sono l'Elias Figueroa europeo!"
 

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