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domenica 14 gennaio 2024

I miti del calcio: Scarone, il "Gardel" del calcio


La stessa grazia nei movimenti, la straordinaria coordinazione con cui sapeva destreggiarsi con un pallone tra i piedi: per un sudamericano vedere in Hector Pedro Scarone l'alter ego del più grande "fantasista" di flamengo, Carlos Gardel, è sempre stato un passaggio obbligatorio. Le stesse sensazioni che Gardel era in grado di trasmettere attraverso la sua voce, Scarone era in grado di regalarle con la classe dei suoi piedi e, proprio in virtù di questa "somiglianza" gli appassionati di calcio lo ribattezzarono "il Gardel del calcio".

Nato a Montevideo il 26 novembre 1898 da una famiglia partita dalla Liguria per trovare un futuro in Sudamerica, Hector venne spinto verso il calcio dalle mirabilie che il fratello maggiore Carlos stava regalando ai tifosi del Nacional: bomber implacabile, capace di segnare caterve di gol. All'ombra del fratello il giovane Hector crebbe nelle giovanili fino a esordire, ancora minorenne, in Primera Division nel 1916. Quasi in immediato lo Scarone più forte e ammirato divenne il fratello minore, che nel giro di poche gare assunse un ruolo fondamentale all'interno di una squadra che già da alcuni anni dominava il calcio uruguagio. Il dominio proseguì, anzi, si accentuò, grazie alle giocate di Hector: nel 1916 e nel 1917 arrivarono due titoli nazionali consecutivi. A fine carriera gli scudetti saranno ben otto, a cui si aggiunsero una Copa de Honor, tre Coppe Rio de la Plata, una Coppa di Spagna vinta nella sua breve esperienza al Barcellona, e una caterva di titoli conquistati con la maglia della Celeste.

Tra le fila della rappresentativa dell'Uruguay, infatti, Hector Scarone scrisse pagine di grandissimo calcio, andando a vincere tutto ciò che fosse possibile conquistare in quegli anni di calcio pionieristico, storicamente ricco di passione genuina e sacro sudore. Quattro Coppe Newton e quattro Coppe Lipton, pur essendo manifestazioni di grande prestigio per chi vivesse dalle parti del Rio de la Plata, rappresentano solo un semplice antipasto  rispetto alle grandi conquiste che il "suo" Uruguay trascinato dal suo campione seppe raggiungere. Ben quattro Coppe America vennero ad arricchire il palmarès di una Celeste che, a Parigi nel 1924 e ad Amsterdam nel 1928, salì sul gradino più alto del podio nel calcio olimpico. Proprio per poter far parte della rappresentativa uruguagia che avrebbe dovuto scendere in campo nell'Olimpiade olandese Hector rinunciò a firmare un ricco contratto da professionista con il Barcellona, propostogli dopo la conquista della Coppa di Spagna. Le vittorie nelle competizioni a cinque cerchi fecero da prologo alla vittoria più bella e importante. Il calcio aveva ormai dimostrato di essere diventato grande: la vetrina olimpica cominciava ad andare stretta a un movimento che ormai smuoveva interessi, entusiasmi e passioni di gran lunga superiori a quelli degli altri sport. La Fifa, grazie alla ferrea volontà del suo presidente Jules Rimet, diede vita alla Coppa del Mondo, aperta a tutte le rappresentative nazionali. Proprio alla federazione di Montevideo venne assegnato il compito di ospitare la prima edizione della manifestazione, in onore del predominio che la Celeste stava imponendo a tutto il calcio. Predominio che venne confermato dalla vittoria finale: un grande Uruguay, composto da diversi grandissimi calciatori e da un immenso campione come Scarone, uno dei più grandi di sempre.

Fatta incetta di titoli e trofei, finalmente Scarone decise di tentare compiutamente la carta europea, dopo il "tentativo" fatto col Barcellona. Compì al contrario il viaggio fatto dalla sua famiglia e sbarcò in Italia. Lo accolse l'Ambrosiana, nel 1931, ormai trentatreenne e con qualche acciacco di troppo. Segnò e mise in mostra sprazzi di calcio d'autore ma il fisico, ormai, si ribellava alla fatica. Giocò ancora due anni a Palermo, divenendo eroe cittadino e contribuendo a salvare dalla retrocessione la barca rosanero. Al ritorno in patria vinse ancora qualche campionato per chiudere nel 1939 e tentare qualche esperienza da allenatore (nel 1951-52 addirittura al Real Madrid). Morì nel 1967, con 192 reti segnate in 277 partite con squadre di club e 31 gol in 52 gare con la Celeste, lasciando alla storia i ricordi di Luisito Monti ("di tutti gli avversari, lui era l'unico che non mi faceva dormire la notte"); di Ricardo Zamora ("è stato il simbolo del football") e di Peppino Meazza ("venne da noi a 33 anni ed era ancora il migliore al mondo. Faceva cose che noi potevamo solo immaginare.Ne ho visti tanti ma per me Hector Scarone rimane il più forte di tutti"): E se lo dicono loro...

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