Sotto l'egida organizzativa dell'Alessandria Calcio si è tenuto ieri sera, nella sala riunioni del CentoGrigio in Alessandria, un interessantissimo incontro per parlare del rapporto tra figli, genitori e allenatori nell'ambito della struttura di una squadra di calcio. Come base di partenza le due relatrici, le psicologhe Chiara Volpini e Ludovica Polla, hanno posto il concetto per cui "il divertimento in ambito sportivo debba rappresentare la benzina che alimenta qualsiasi attività" e come, per fare in modo che la crescita, sportiva e umana, dei giovani atleti sia corretta e costruttiva, trainer, genitori e dirigenti debbano saper "fare squadra" nel modo migliore possibile.
La crescita dei ragazzi, in questo periodo fondamentale del loro sviluppo non deve (e non può) essere unicamente ficiso-corporea ma deve interessare tutta una serie di ambiti che vanno dalle capacità cognitive alle emozioni, alle capacità relazionali. Il giovane atleta cresce e deve saper sviluppare dentro di sè variabili quali la flessibilità mentale, la capacità di pianificare, l'inibizione di concetti non inseriti nel contesto specifico della partita.
Da parte loro, allenatori e dirigenti devono saper prestare la dovuta attenzione ai comportamenti, alle variazioni di umore e di rapporto con il gruppo, all'eventuale emersione di fragilità emotive che possano portare a evoluzioni non corrette di crescita. Di sicuro il genitore deve sapere, lui per primo, gestire in maniera corretta le aspettative, senza forzare situazioni di precarietà emotiva e creando con il gruppo di lavoro che gestisce l'attività sportiva del figlio un rapporto di piena condivisione. Saper individuare, anche semplicemente attraverso il linguaggio del corpo, eventuali momenti di difficoltà o di tensione, può essere estremamente utile per proporre con tempestività soluzioni "correttive" adeguate.
Importante, nel rapporto padre-madre-figlio è sicuramente l'attenzione che deve essere posta nel non caricare di eccessive aspettative l'impegno sportivo del ragazzo, col rischio di metterne a dura prova il senso di autostima e di voglia di fare.
Quanto, poi, sia fondamentale la forza del gruppo e un suo corretto inserimento al proprio interno di tutti i soggetti operanti, è assolutamente evidente. L'appartenenza a un gruoppo con lo scopo di raggiungere un obiettivo comune, con il successo o il fallimento vissuti in maniera collettiva rappresenta un punto fermo della crescita. Imparare a stare in gruppo, imparare a vincere o perdere, essere rispettosi delle regole, sono situazioni che risultano fondamentali anche nella vita al di fuori di un campo da calcio.
Le relatrici hanno posto particolare attenzione alle varie tipologia di genitore, mettendone in risalto qualità positive e potenziali negatività. A prescindere dal fatto che genitore e allenatore debbano essere collaborativi agenti dello sviluppo del ragazzo e non in competizione, sono state illustrate le varie figure possibili: dal papà-coach, a quello eccessivamente permissivo; da quello apprensivo/iperprotettivo a quello che "vive nel passato" del suo rapporto col calcio; da quello mai contento, a quello perfetto; da quello che vuole risparmiare frustrazioni al figlio a quello che pretende troppo, inducendo il ragazzo a non credere nelle proprie possibilità; da quello, infine che valuta il proprio figlio in base ai risultati ottenuti e non in base all'impegno profuso, fino a quello che vede nel figlio un piccolo professionista ignorandone la semplice voglia di fare sport.
Rischi e pericoli da evitare con la massima attenzione, lasciando vivere l'esperienza con affetto, stima e fiducia; garantendo il coraggio di tentare senza la paura di sbagliare; dimostrando partecipazione e interesse. Ricordando sempre che un ambiente sereno può rappresentare uno sprone a vivere l'attività senza caricarla di eccessive responsabilità.
(Palla al Triso)

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