Rinaldo Martino
Probabilmente se non fosse stato condizionato nelle scelte da una moglie eccessivamente invadente e se non si fosse lasciato convincere a tornare in patria dopo un solo anno di Italia e di Juve, saremmo qui a parlare di lui come di uno dei più grandi stranieri che la squadra bianconera abbia mai schierato. Quell'unico campionato juventino rappresenta un vero spettacolo. Lanci millimetrici per le punte, messe nelle condizioni ideali per segnare caterve di gol, finte degne dei giocolieri più acclamati, realizzazioni personali di rara bellezza, per lo più con bombe al volo tanto potenti quanto precise. Viene ribattezzato "Zampa di velluto", a testimonianza di un tocco morbido, armonioso, ma anche istintivo e letale, come quello di una fiera. Purtroppo, dopo un anno di magie, torna in America, lasciando dietro di sè una scia di rimpianti. Non servono neppure l'orologio d'oro alla bimba o la collana per la moglie che Agnelli dona generosamente. Se ne volano via pure quelli.
LA "STORIA" DEL 1950
E' l'anno della grande delusione brasiliana, cui fa da tremenda cornice una serie allucinante di suicidi, conseguenza della rabbia maturata dopo la sconfitta nella finalissima "mundial". Si gioca proprio in Brasile, per cui la vittoria finale dei giocatori di casa viene data per certa. Invece è l'Uruguay di Pepe Schiaffino a imporre la propria classe e la propria determinazione. In Italia i 35 gol messi a segno da Nordahl non bastano al Milan per vincere lo scudetto, che va alla Juve di Boniperti. Il risultato più clamoroso della stagione è però il 7 a 1 con cui i rossoneri sbancano Torino. Un cronista dell'epoca scrisse: "Quel 7 a 1 rimase per la Vecchia Signora come una macchia di ragù su un manto d'ermellino".
(Palla al Triso)

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