A prima vista è veramente difficile poter comprendere come questo fuscello senza fisico, talmente magro ed esile da meritarsi il soprannome di "Cartavelina" (der papierene, nella sua lingua natale), possa essere stato uno dei più grandi calciatori mai esistiti e forse il più grande in assoluto della sua epoca, titolo che potevano pensare di contendergli solamente il magiaro Sarosi e l'italiano Meazza.
Eppure, Mathias Sindelar, nato il 10 febbraio del 1903 a Kozlau, terra di Moravia che a quei tempi faceva parte del grande Impero austro-ungarico e che oggi, ribattezzata Kozlov, rientra in territorio ceco, è stato il trascinatore del "Wunderteam" austriaco che imperversava su tutti i campi europei negli anni '30, ha ricevuto il riconoscimento da parte dell'International Federation of Football History and Statistics (IFFHS) di miglior calciatore austriaco del ventesimo secolo e ha deliziato il palato dei buongustai calcistici grazie all'armoniosità dei suoi movimenti, al suo perfetto controllo di palla, alla sua eccelsa capacità di smarcarsi, alla sua incredibile abilità e fantasia nel liberarsi in dribbling anche nelle situazioni di gioco più complicate.
Gli inizi, per Sindelar, furono tutt'altro che semplici. Con il padre muratore, la madre lavandaia e le sue tre sorelle, ancora piccolissimo si trasferì a Vienna, dove i genitori confidavano di poter trovare con più facilità lavoro, per uscire da quello stato di assoluta povertà in cui la famiglia Sindelar era costretta a vivere.
Il rapporto di Mathias con il calcio iniziò quindi nelle strade di Vienna, inseguendo il classico pallone fatto di stracci e impressionando i coetanei con le sue innate doti. A soli 14 anni però, nel corso di quella che passò alla storia come "la battaglia dell'Isonzo", il padre venne ferito a morte, costringendo la famiglia a dover affrontare ulteriori problemi e difficoltà. Mathias, ormai quattordicenne, trovò lavoro in un'officina meccanica, ritagliandosi, nei pochi momenti liberi, un piccolo spazio per la sua grande passione per il calcio.
Due persone diventarono fondamentali in questi primi capitoli della sua grande storia: Karl Weimann, l'insegnante appassionato di calcio che lo portò all'Hertha ASV, squadretta del quartiere in cui abitava, e Hans Spitzy, famoso medico viennese che, quando a seguito di una caduta in piscina la carriera di Sindelar sembrava doversi chiudere ancor prima di iniziare, a causa di un grave infortunio a un menisco del ginocchio destro, seppe curarlo perfettamente e rimetterlo in campo nel giro di un anno. Si trattò di un vero e proprio miracolo, in considerazione del fatto che, a quei tempi, un menisco saltato costringeva quasi sempre al ritiro: probabilmente, però, anche in questo caso, il carattere forte e la passione di Mathias diedero un valido contributo alla guarigione. L'unico ricordo dell'incidente sarà rappresentato da quella fasciatura elastica da cui Mathias non si separerà mai.
Rimesse le scarpe da gioco Sindelar, dopo aver accarezzato la possibilità di trasferirsi alla Triestina, in Italia, passò all'Amateure Vienna, che proprio in quei tempi cambiò nome in Austria Vienna. Con le "violette" della capitale Sindelar vinse tutto e scrisse la sua favola calcistica: un campionato austriaco nel 1925-26; cinque Coppe d'Austria (nel periodo dal 1924 al 1936); due Mitropa Cup (la Champions League di allora) nel 1933 e nel 1936 e con la rappresentativa austriaca una Coppa Internazionale, la progenitrice della Coppa Europa, nel 1931-32.
Con il Wunderteam Sindelar raggiunse i massimi vertici della sua parabola calcistica. L'esordio avvenne nel 1926, in un'amichevole a Praga contro una rappresentativa della Cecoslovacchia: i bianchi austriaci vinsero 2 a 1 e una rete, immancabilmente, fu messa a segno proprio da Mathias. Quell'Austria si trasformò in un rullo compressore, travolgendo a suon di gol tutte le maggiori realtà calcistiche del momento: 5 a 0 alla Scozia, un 6 a 0 e un 5 a 0 alla Germania, 8 a 2 all'Ungheria e 2 a 1 all'Italia. Ciliegina sulla torta la sfida a Stamford Bridge con i maestri inglesi. Terminò 4 a 3 per i britannici ma Sindelar disegnò calcio, realizzando anche una rete dopo aver superato come birilli buona parte degli avversari. La delusione maggiore, per Sindelar e compagni, arrivò nel Mondiale del 1934, quando in semifinale l'Austria dovette confrontarsi con un'Italia che "doveva" vincere quei Mondiali, per non tradire le aspettative del regime fascista di Benito Mussolini. Il gol italiano di Guaita destò più di un sospetto, così come la "pesante" marcatura messa in atto da Luisito Monti nei confronti di "Cartavelina".
L'ultima apparizione in maglia bianca avvenne il 3 aprile del 1938, in quella che è passata agli annali come la "Partita della riunificazione", voluta da Hitler per sancire l'Anschluss, grazie al quale l'Austria diventò Ostmark, cioè la "regione orientale" della grande Germania nazista. Il protocollo della sfida puntava su una vittoria dei tedeschi, accompagnata da cerimoniali cari al regime. Fino a una ventina di minuti dal termine la gara scivolò via senza particolari sussulti, poi Sindelar si ribellò: segnò la rete del vantaggio austriaco e festeggiò sotto la tribuna dove erano presenti i gerarchi nazisti.
Il suo fraterno amico Karl Sesta lo imitò poco dopo per il 2 a 0 finale, boccone indigesto per il regime. Al termine della gara, con le squadre schierate per il saluto finale, Sindelar e Sesta furono gli unici a non alzare il braccio verso la tribuna. E i due rispedirono al mittente anche l'invito a vestire la maglia della Germania ai Mondiali del 1938 in Francia.
Affronti che, probabilmente, Sindelar pagò molto cari. Il 23 gennaio 1939, Mathias Sindelar e la sua compagna, l'italiana di religione ebraica, Camilla Castagnola, furono trovati morti nel loro appartamento. La Gestapo (strano che per un incidente accorresse la polizia politica) sbrigò in fretta tutte le pratiche e procedette alla cremazione delle due vittime, offrendo all'opinione pubblica la versione ufficiale di "avvelenamento da monossido di carbonio causato dal malfunzionamento di una piccola stufa". Versione a cui credettero in pochi allora e a cui si crede ancor meno oggi.

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