Non gliel'hanno mai perdonata!
Un popolo intero, milioni di brasiliani, lo ha condannato a un "ergastolo sociale" crudele e, soprattutto, del tutto ingiusto.
Nato nel 1921 a Campinas, Moacir Barbosa, come tutti i bambini brasiliani, si innamora subito di quei palloni molto...artigianalmente improvvisati che rotolano in ogni angolo dell'immenso territorio brasiliano. Diversamente da quasi tutti i suoi piccoli amici, però, Moacir preferisce usare le mani e diventa portiere.
Scatto, agilità, colpo d'occhio, presa ferrea ne fanno presto un piccolo prodigio e a soli 23 anni è già il portiere titolare del Vasco da Gama, una delle società che stanno dominando il calcio nazionale. Para a mani nude, "per meglio sentire il contatto col pallone" e quando si presenta come numero Uno del Brasile ai Mondiali di casa del 1950 è nel pieno della propria maturità fisica e tecnica. Col Vasco ha già vinto molto e con la nazionale è campione del Sudamerica, grazie al titolo conquistato pochi mesi prima.
Il 16 luglio, però, si consuma la tragedia.
Si gioca l'ultima partita del girone finale della Coppa Jules Rimet. Per l'ultimo atto si sono qualificate Spagna, Svezia, Uruguay e Brasile. Il calendario fa sì che le due europee vengano presto fatte fuori e lascia il derby sudamericano come ultima sfida: una partita che si trasforma come in una vera e propria finale, in quanto la classifica racconta di un Brasile a quota 4 punti, Uruguay a 3, Svezia a 2 e Spagna a 1. Ai padroni di casa basterebbe anche un pareggio per essere proclamati campioni del mondo. E loro, in tutta la presunzione e superbia che ne aveva già condizionato i risultati nelle precedenti esperienze mondiali, già si considerano campioni!
Davanti a un Maracana stracolmo di 200mila tifosi osannanti, il gol di Friaça appare solo come una logica conseguenza del loro strapotere. Il gol del vantaggio dovrebbe consigliare una tattica più cauta, un atteggiamento maggiormente "conservativo", più attenzione e meno arroganza. Invece: addosso a testa bassa! Nemmeno la rete del pareggio, segnata da Schiaffino, rende più prudenti i brasiliani.
La vogliono vincere. Vogliono regalare la vittoria a quel popolo in deliquio.
Quando Ghiggia scatta verso il fondo, Barbosa vede che a centro area si sta smarcando Schiaffino e pensa che possa ripetersi l'azione che ha portato al pareggio della Celeste. Fa un passo verso il campo in attesa di un cross che non arriva. Non si sa se Ghiggia lo faccia volontariamente o meno ma la palla che ha calciato si indirizza verso il primo palo, dove Barbosa, per un millesimo di secondo, non riesce più ad arrivare. Cala il gelo. Il Brasile è battuto, la Coppa va all'Uruguay.
A nulla serve pensare che la squadra nel suo insieme avrebbe dovuto interpretare diversamente la partita; credere che il mister avrebbe dovuto imporre una tattica e una gestione più cauta dei minuti successivi al pareggio; prendere atto della proclamazione a miglior portiere della manifestazione del loro numero uno; ritenere che il pubblico abbia caricato di troppe pressioni e responsabilità la squadra; valutare le prove negative di alcuni protagonisti, su tutti il goleador Ademir, fantasma per novanta minuti: il colpevole, l'unico inequivocabile responsabile della sconfitta di un intero paese è lui: Moacir Barbosa!
"In Brasile la pena più lunga per un crimine sono 30 anni di carcere. Io sono stato condannato all'ergastolo per un crimine che non ho mai commesso": fu questo il suo commento pochi anni prima di morire, dimenticato, reietto e mai perdonato.
(Palla al Triso)

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