(Tratto dal Match-program di Alessandria-Pavia, 26 ottobre 2008)
Stefano Braghin (nella foto): ti hanno definito "il Richelieu del calcio alessandrino". Uno che ama la sostanza senza apparire più di tanto. Ti riconosci in quest'immagine?
In effetti non amo molto la ribalta, questo è un aspetto proprio del mio carattere e poi in questi anni di carriera ho imparato che le luci del palcoscenico nel calcio si accendono e si spengono con grande velocità, rendendo effimero oggi quello che ieri pareva acquisito. In fondo io ho aspirato a fare questo mestiere per poter vivere il calcio ed è su questo aspetto che concentro le mie energie e trovo le mie motivazioni, gli aspetti collaterali mi interessano meno e non credo che sarei nemmeno troppo bravo a interpretarli.
Alessandria è piazza importante, a livello calcistico, per mille motivi. Però, e forse proprio per questa sua importanza, è anche piazza difficile.
E' assolutamente una piazza importante per la sua storia e per il suo contributo all'immagine del calcio nel nostro paese. Qui il calcio non è solo sport ma anche cultura e tradizione e i club con questa caratteristica in Italia sono davvero pochi. Più che difficile la definirei piuttosto una piazza esigente e, in questo momento della sua storia, anche impaziente dato che manca ormai da tempo dal calcio nel quale si sente più a suo agio e al quale è sempre stata destinata. Questi due aspetti in effetti possono rendere Alessandria una piazza difficile ma rendono la sfida per chi lavora qui ancora più avvincente.
Perchè hai scelto di confrontarti con questa realtà? Cosa ti ha spinto ad accettare questa sfida?
Perchè quando fai il mio mestiere e l'Alessandria ti chiama non ci sono categorie o trattative che tengano, ci vai e basta! E' sufficiente entrare al Moccagatta e farsi un giro tra gli spalti e i trofei della sede per capire che un'esperienza così, in un posto così, deve essere vissuta, senza dubbi!
(Palla al Triso)

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