Lettori fissi

venerdì 15 marzo 2024

Juvecentus: 1897 - Prima puntata

 LA PANCHINA DI CORSO RE UMBERTO

C'è ancora.

E la municipalità di Torino dovrebbe fare in modo di trasformarla in un monumento storico, con tanto di lapide a perenne ricordo. (Lo ha poi fatto la società, ndr)

E' una delle mille panchine che si possono trovare negli aristocratici viali torinesi, è "la" panchina per gli eterni innamorati della Vecchia Signora.

Lì si incontravano, al termine delle lezioni, gli studenti del Liceo Massimo D'Azeglio, lì hanno avuto luogo le loro discussioni, lì (o poco distante, nell'officina ciclistica dei fratelli Canfari) nasce la Juventus.

Il primo, impegnativo compito è rappresentato proprio dalla scelta del nome della costituenda società: Iris Club, Massimo D'Azeglio, Augusta Taurinorum, Forza e Salute, Vigor et Robur, Società Via Fort, ma tra tutti ha la meglio uno Sport Club Juventus, un tocco latineggiante in ossequio agli studi classici dei fondatori.

 

LA "STORIA " DEL 1897

Eugenio ed Enrico Canfari, Pio Crea, Carlo Ferrero, Gioacchino Armano, Luigi Gibezzi, Umberto Malvano, Vittorio Varetti, Gino Rocca, Umberto Savoia, Domenico Donna, Carlo Favale, Guido Botto, Secondi, Molinatti, Rolandi, Chapiron, Nicola, Barberis, Mazzonis, Collino, Frey, Mastrella, Colombo, Nay e qualcun altro di cui non è rimasta memoria storica: sono i "papà" della Juventus, gli ormai mitici studenti del D'Azeglio. Di molti si sono subito perse le tracce, altri diverranno pietre miliari della storia della società.

La Torino del 1897 raggiunge a malapena i 300 mila abitanti ma è lanciata prepotentemente a divenire una grande metropoli moderna.

Regno degli sportivi sono le grandi distese verdi del parco del Valentino, è il Po il primo testimone delle imprese calcistiche dei bogianen sabaudi.

 (Palla al Triso)

 

 

giovedì 14 marzo 2024

La storia di Juvecentus, il libro dimenticato

 


 

Correva l'anno 1997 e a novembre la Juventus avrebbe compiuto cento anni di vita.

Insieme all'amico, "maestro" di disegno, Alex Di Gregorio, con cui condividevo una scrivania d'ufficio, ebbi la "malsana" idea di dare vita a un'opera che potesse celebrare il compleanno bianconero e lavorammo al progetto, assgnando a ogni anno, dal 1897 al 1997, un personaggio juventino che potesse contrassegnare quei dodici mesi.

Sviluppammo un'idea che ci piacque e che piacque anche ad altri. Grazie ad alcuni "agganci" arrivammo a parlarne con Daniele Boaglio, a quei tempi direttore della comunicazione della Juve, che ci indirizzò verso "Story and Glory", l'agenzia a cui era stata deputata la gestione editoriale dell'evento. Quando venimmo convocati a Torino dallo stesso amministratore delegato dell'agenzia per comunicazioni non stavamo più nella pelle. Ancora di più ci entusiasmarono le sue parole: "Sono arrivate 148 proposte editoriali da tutta Italia, abbiamo scelto la vostra come...uscita ufficiale di Juvecentus!"

Rasentammo il colpo apoplettico quando ci venne fatto firmare un accordo con "Editoriale Rosabella", che gestiva la diffusione di Hurrà Juventus e che, oltre a un discreto ritorno economico (di cui avremmo sinceramente anche fatto a meno, visto che la soddisfazione del traguardo raggiunto superava qualsiasi altro aspetto), garantiva l'uscita del nostro lavoro come inserto omaggio della rivista del numero di novembre. Cosa che non avvenne.

Ci venne spiegato che, a causa di problemi puramente tencici, l'uscita avrebbe assunto caratteristiche di strenna natalizia per il numero di dicembre. Cosa che non avvenne.

Seguirono alcuni mesi di silenzio assoluto da parte delle nostre controparti, fino a quando, finalmente, ci venne confessato che il lavoro era stato "stoppato" da un dirigente che, in quegli anni, rappresentava un potere particolarmente forte in ambito societario, che ritenendola troppo "filo-bonipertiana", non la considerò adatta allo scopo.

Conosciamo tutti quale fu...l'evoluzione storica della società bianconera e quali divennero i destini di alcuni di quei dirigenti. A noi restarono la soddisfazione di un buon lavoro fatto e la delusione per certe assurde valutazioni. Ma soprattutto ci è restata, oggi, la possibilità di proporla al giudizio dei lettori!

Anno per anno, situazione per situazione, campione per campione: riviviamo i primi cento anni della Signora! Un anno al giorno, a cominciare da domani....

(Palla al Triso)

Le pagine nere del libro Azzurro - Corea del Nord-Italia 1966

 

(Tratto da "I Mondiali di Jules Rimet" - Bradipolibri)

La sconfitta con l'Urss, seguita dalla non esaltante vittoria sul Cile, getta Fabbri nella più cupa disperazione. L'allenatore azzurro è assalito dalla paura. L'unico motivo di sollievo è rappresentato dal fatto che l'ultimo avversario da incontrare, per garantirsi il passaggio del turno, è la Corea del Nord, squadra che il suo assistente Ferruccio Valcareggi è andato a spiare e avrebbe (lui ha sempre negato) definito "Ridolini", ricordando quell'attore dei primi filmati cinematografici che si muoveva a scatti velocissimi che lo rendevano ridicolo. Contro di loro basterà un pareggio. E' impensabile che non venga raggiunto un obiettivo che sarebbe semplice anche per una squadra di Serie C italiana. Tutti lo danno per scontato, anhe i giornalisti, che quasi in massa preferiscono andare a Birmingham a vedersi il ben più attraente Portogallo-Brasile. Fabbri, però, vive la sua tragedia circondato da fantasmi. E' terrorizzato e si rifiuta persino di comunicare la formazione ufficiale. Fare pretattica contro una squadra di questo tipo viene letto come un affronto dalla stampa italica.

Per non fare figuracce con i lettori, i giornalisti al seguito degli Azzurri si accordano per darne una che sia uguale per tutti. Il corrispondente della rosea, Enrico Violanti, si fa prendere dallo scrupolo e crede corretto avvertire Fabbri di questa posizione assunta dai rappresentanti dell'informazione. Se ne assume il compito Gianni De Felice, che incontra Fabbri nel suo bunker di Durham. Mondino ritiene che sia una subdola manovra per imporre la formazione, si arrabbia tantissimo e apostrofa il giornalista definendolo, con forte accento romagnolo: "simmiotto" (scimmiotto). De Felice non ci vede più dalla rabbia e si lancia sul mister. Enrico Ameri li separa, impedendo che la rissa degenire in farsa. Fabbri è un ottimo allenatore, ma ha nel temperamento ansioso e nel carattere permaloso il suo tallone d'Achille. I nervi gli saltano facilmente, andando a compromettere il buon lavoro fatto. Nella nebbia inglese prendono forma anche i fantasmi.

(...e dalla nebbia sbuca il tiro di Pak Doo Ik - nella foto - che buca Albertosi e manda a casa l'Italia...)

(Palla al Triso)

Roma: gli undici più forti di sempre

 

Il giallo e il rosso sono i colori presenti sul gonfalone della città, la lupa con Romolo e Remo sono i simboli di sempre di quello che è stato il centro di un enorme e potentissimo impero. Sicuramente meno prepotente il dominio sul calcio ma comunque interessante. 3 scudetti, 9 Coppe Italia, 2 Supercoppe italiane, una Conference League, una Coppa delle Fiere, una Coppa Anglo-Italiana e un campionato di Serie B.

Difficile tirar fuori i migliori undici, perchè tanti sono stati i campioni a vestire il giallorosso:

1 Franco Tancredi, 2 Cafu (Marcos Evangelista de Moraes), 3 Vincent Candela, 4 Daniele De Rossi, 5 Aldair (A. Nascimento do Santos), 6 Agostino Di Bartolomei, 7 Bruno Conti, 8 Giuseppe Giannini,9 Roberto Pruzzo, 10 Francesco Totti, 11 Paulo Roberto Falcão.

In panca: Paolo Conti, Rudi Völler, Francesco Rocca, Sergio Santarini, Sebino Nela, Giacomo Losi, Giancarlo De Sisti e Vincenzo Montella.

(Palla al Triso)

mercoledì 13 marzo 2024

Under 14: continua la crescita della Rappresentativa

 

Buonissime sensazioni per mister Bianchini e per il suo assistente Rizzi dal confronto odierno contro i ragazzi dell'Accademia Casale, compagine terza in classifica nel torneo Under 14 a livello regionale. 

Se il tabellino finale parla di una sconfitta per 3 a 2, la prestazione dei ragazzi in maglia grigia lascia assolutamente soddisfatti i responsabili della Rappresentativa Provinciale Under 14, capaci comunque di offrire una prestazione fatta di buone giocate, di geometrie perfettamente portate a termine, di un buon numero di occasioni fallite per un soffio, di una generale sensazione che i meccanismi comincino a funzionare in maniera coordinata e che l'assemblaggio di un gruppo coeso e consapevole delle proprie capacità stia procedendo nella maniera più fluida e costruttiva che si potesse desiderare.

Restano ancora un paio di appuntamenti, in occasione dei quali il duo Bianchini-Rizzi potrà procedere a effettuare le ultime valutazioni e considerazioni, poi l'ultimo elenco di convocati verrà definitivamente codificato, in attesa del via delle sfide regionali.

Prossima verifica il 26 marzo a Novi Ligure, contro la formazione della Novese.

(Palla al Triso)

Il ruolo dei genitori nel calcio dei figli

 

Sotto l'egida organizzativa dell'Alessandria Calcio si è tenuto ieri sera, nella sala riunioni del CentoGrigio in Alessandria, un interessantissimo incontro per parlare del rapporto tra figli, genitori e allenatori nell'ambito della struttura di una squadra di calcio. Come base di partenza le due relatrici, le psicologhe Chiara Volpini e Ludovica Polla, hanno posto il concetto per cui "il divertimento in ambito sportivo debba rappresentare la benzina che alimenta qualsiasi attività" e come, per fare in modo che la crescita, sportiva e umana, dei giovani atleti sia corretta e costruttiva, trainer, genitori e dirigenti debbano saper "fare squadra" nel modo migliore possibile.

La crescita dei ragazzi, in questo periodo fondamentale del loro sviluppo non deve (e non può) essere unicamente ficiso-corporea ma deve interessare tutta una serie di ambiti che vanno dalle capacità cognitive alle emozioni, alle capacità relazionali. Il giovane atleta cresce e deve saper sviluppare dentro di sè variabili quali la flessibilità mentale, la capacità di pianificare, l'inibizione di concetti non inseriti nel contesto specifico della partita.

Da parte loro, allenatori e dirigenti devono saper prestare la dovuta attenzione ai comportamenti, alle variazioni di umore e di rapporto con il gruppo, all'eventuale emersione di fragilità emotive che possano portare a evoluzioni non corrette di crescita. Di sicuro il genitore deve sapere, lui per primo, gestire in maniera corretta le aspettative, senza forzare situazioni di precarietà emotiva e creando con il gruppo di lavoro che gestisce l'attività sportiva del figlio un rapporto di piena condivisione. Saper individuare, anche semplicemente attraverso il linguaggio del corpo, eventuali momenti di difficoltà o di tensione, può essere estremamente utile per proporre con tempestività soluzioni "correttive" adeguate.

Importante, nel rapporto padre-madre-figlio è sicuramente l'attenzione che deve essere posta nel non caricare di eccessive aspettative l'impegno sportivo del ragazzo, col rischio di metterne a dura prova il senso di autostima e di voglia di fare.

Quanto, poi, sia fondamentale la forza del gruppo e un suo corretto inserimento al proprio interno di tutti i soggetti operanti, è assolutamente evidente. L'appartenenza a un gruoppo con lo scopo di raggiungere un obiettivo comune, con il successo o il fallimento vissuti in maniera collettiva rappresenta un punto fermo della crescita. Imparare a stare in gruppo, imparare a vincere o perdere, essere rispettosi delle regole, sono situazioni che risultano fondamentali anche nella vita al di fuori di un campo da calcio.

Le relatrici hanno posto particolare attenzione alle varie tipologia di genitore, mettendone in risalto qualità positive e potenziali negatività. A prescindere dal fatto che genitore e allenatore debbano essere collaborativi agenti dello sviluppo del ragazzo e non in competizione, sono state illustrate le varie figure possibili: dal papà-coach, a quello eccessivamente permissivo; da quello apprensivo/iperprotettivo a quello che "vive nel passato" del suo rapporto col calcio; da quello mai contento, a quello perfetto; da quello che vuole risparmiare frustrazioni al figlio a quello che pretende troppo, inducendo il ragazzo a non credere nelle proprie possibilità; da quello, infine che valuta il proprio figlio in base ai risultati ottenuti e non in base all'impegno profuso, fino a quello che vede nel figlio un piccolo professionista ignorandone la semplice voglia di fare sport.

Rischi e pericoli da evitare con la massima attenzione, lasciando vivere l'esperienza con affetto, stima e fiducia; garantendo il coraggio di tentare senza la paura di sbagliare; dimostrando partecipazione e interesse. Ricordando sempre che un ambiente sereno può rappresentare uno sprone a vivere l'attività senza caricarla di eccessive responsabilità.

(Palla al Triso)

Olympique Marsiglia: gli undici più forti di sempre

 

Alla faccia del Paris Saint Germain e delle spese folli del suo presidente mediorientale, l'Olympique è l'unica squadra francese che sia mai riuscita a portarsi a casa il massimo trofeo continentale, quella Coppa dei Campioni, proprio da quell'edizione ribattezzata Champions League, strappata al Milan con il gol di Basile Boli nella finalissima di Monaco di Baviera del 26 maggio 1993.

Dopo di allora fu un disastro, con il fallimento dei grandiosi progetti del presidente Bernard Tapie e tutto quello che ne seguì. Ma il palmarès biancazzurro è comunque di assoluto rispetto, con 9 campionati francesi, 10 Coppe di Francia, 3 Coppe di Lega, una Coppa Charles Drago, 3 Supercoppe francesi, appunto la Coppa dei Campioni e una Coppa Intertoto.

Ottimo l'undici di base:

1 George Carnus, 2 Jocelyn Angloma, 3 Manuel Amoros, 4 Didier Deschamps, 5 Basile Boli, 6 Marcel Desailly, 7 Eric Cantona, 8 Alain Giresse, 9 Jean-Pierre Papin, 10 Enzo Francescoli, 11 Josip Skoblar.

In panchina: Chris Waddle, Jules Zvunka, Christophe Dugarry, Florian Thauvin e Abedì Pelé.

(Palla al Triso)

martedì 12 marzo 2024

Le pagine nere del libro Azzurro - Cile-Italia 1962

 

Ritengo sia noto a tutti quanto accadde il 2 giugno 1962 allo Stadio Nacional di Santiago, nella seconda partita del girone degli Azzurri contro i padroni di casa cileni, in quella che passò alla storia come "la battaglia di Santiago", preceduta da alcuni articoli di giornale usciti in Italia sulle precarie condizioni economico-sociali del paese sudamericano, sapientemente manipolati e utilizzati per creare un clima di odio nei confronti dell'Italia e dei suoi calciatori. Ne venne fuori il caos, con comportamenti degni dei pugili più devastanti da parte dei giocatori cileni, reazioni ingenue e plateali da parte degli azzurri, che portarono all'espulsione di Ferrini e David, e l'incapacità nel gestire il momento da parte dell'arbitro inglese Kenneth Aston.

(Tratto da "I Mondiali di Jules Rimet - Bradipolibri)

Mario David, protagonista in negativo della sfida tra italiani e cileni, riferirà a mente fredda: "Quando rientrammo a casa andai a rileggermi l'articolo di Ghirelli: era bellissimo. Caldo, avvolgente e molto coreografico. Parlava del Cile vero, nel bene e nel male. Diceva di quanto è bello e di quante cose andassero riviste. Sarebbe stato come parlare di Napoli e tacere il lato... folcloristico. Purtroppo, le agenzie di stampa tedesche lo ripresero, rilanciandone solo le parti che servivano loro".

L'arbitro Aston, purtroppo per lui, non ha avuto il tempo per riflettere con calma sulla situazione e quei suoi novanta minuti si sono trasformati in un incubo. Per tutti. Quando anche lui potrà ragionarci sopra, il suo esame di coscienza sarà a dir poco sconfortante. Due anni dopo quell'orribile 2 giugno, l'ormai ex arbitro inglese scriverà su "El Mundo Deportivo" di Barcellona di non essersi mai trovato in una situazione simile a quella di Cile-Italia. "Non mi sono mai spaventato a dirigere una gara, ma devo confessare che quel giorno ho capito cosa fosse la disperazione. Attorno a me stava succedendo di tutto. Era mia ferma intenzione sospendere l'incontro: durante l'intervallo, però, anche nel mio spogliatoio fu un marasma e venni convinto a portare a termine la partita, a qualunque costo. Fu un'autentica caccia all'uomo, non una sfida calcistica. Quei 70 mila tifosi inferociti che premevano sul campo si sarebbero trasformati in una vera catastrofe se avessi sospeso l'incontro. Il guardalinee messicano mi riferì dei pugni di Leonel Sanchez a David e a Maschio ma dovetti far finta di niente. Il disastro dipendeva da un mio fischio".

(Palla al Triso)

A volte ritornano!

  Non riesco, sono troppi i motivi che mi portano a ridare vita a "Palla al Triso". Per primo l'affetto, la simpatia, l'in...