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lunedì 19 febbraio 2024

Eroi dei Mondiali: Fabio Grosso


 

Fino ai 28 anni rientra nella categoria "uno tra i tanti".

Esordio in Eccellenza col Renato Curi di Pescara, poi la C col Chieti, quindi il Perugia, con cui assaggia una Serie A da comprimario. In Umbria, Serse Cosmi lo trasforma da centrocampista a esterno basso sulla fascia sinistra, dando inizio a un percorso di crescita che lo porta a Palermo, a trasformarsi in...appetito uomo mercato e a ricevere addirittura le attenzioni di Marcello Lippi che sta predisponendo la "campagna tedesca" ai Mondiali del 2006.

Già Trapattoni, qualche tempo prima, gli aveva regalato la gioia dell'esordio, ma quella che con il "Giuan" avrebbe potuto sembrare solo una...toccata e fuga, col mister viareggino diventa una certezza, confermata dall'inserimento in rosa per il Mondiale.

In Germania, nel giro di cinque giorni, la vita di Grosso cambia radicalmente.

Partito come rincalzo, gioca con la Repubblica Ceca e poi ancora contro l'Australia, conquistando il rigore che al 93° Totti trasforma in vittoria. Ci è arrivato quasi ai titoli di coda della carriera a respirare a pieni polmoni il successo, e ci arriva sempre nei battiti finali delle partite a confermare il suo ruolo di "uomo del destino"! 

Il 4 luglio iniziano i giorni dell'apoteosi: al 119°, quasi allo scadere dei tempi supplementari con i padroni di casa della Germania, un'illuminazione di Pirlo gli regala un pallone magico che lui trasforma in un diamante pregiato, infilandolo alle spalle di Jens Lehmann. E' finale! Il gol di Grosso (e la successiva perla di Del Piero) ci mandano a Berlino, dove ci aspetta una partita difficile, dove ci aspettano le provocazioni di Materazzi e le reazioni inconsulte di Zidane. Dove ci aspetta un finale di Mondiale col cuore in gola.

1 a 1. Rigori: segnano Pirlo, Materazzi, De Rossi e Del Piero. Sbaglia Trezeguet. Sul dischetto si presenta Grosso: se sbaglia si ricomincia, se segna siamo campioni del mondo. Palla da una parte, Barthez dall'altra!

Grosso è sul gradino più alto del mondo. Un lampo, accecante. Intenso, ma breve.

Ritorna alla normalità: a Milano in nerazzurro, a Lione, nella Torino bianconera, senza toccare più le vette di quella settimana tedesca.

(Palla al Triso)

Celo/manca: figurine del "nostro" calcio - Giorgio Tinazzi



(Tratto da un Hurrà Grigi del passato)

La maglia grigia la indossa per soli due campionati, nel 55/56 e nel 56/57, ma il binomio Tinazzi - Alessandria diventa qualcosa di indissolubile e non solo per il felice matrimonio con la dolce signora Angela, mandrogna purosangue. Giorgio Tinazzi (nella foto al tiro) diventa un totem grigio nel pomeriggio del 23 giugno 1957 quando, a San Siro, nella sfida al Brescia che vale la promozione in Serie A, batte il numero uno delle rondinelle Bondaschi, regalando il vantaggio ai Grigi. Poi, nella ripresa, fa ancora ammattire la retroguardia avversaria, contribuendo in maniera determinante al 2 a 1 finale. Per i Grigi è Serie A e per Tinazzi è amore eterno da parte dei tifosi alessandrini che, a fine carriera, gli perdonano anche di aver vestito la maglia nerostellata del Casale.

Il milanese Giorgio Tinazzi si forma nel settore nerazzurro per passare "a farsi le ossa", come si soleva dire a quei tempi, in riva al Tanaro. Poi il ritorno alla casa madre dove, chiuso dai grandi nomi Angelillo e Massei, viene costretto a girare per l'Italia per vivere il calcio da protagonista. Ruolo che gli si ritaglia addosso alla grande, in virtù di qualità tecniche, potenza, intelligenza tattica di gran lunga superiori alla media. E allora si susseguono le tappe di Verona, di Udine, di Modena, di Palermo: campionati, reti, giocate sopraffine e, ovunque, l'affetto incredibile dei tifosi che godono alle sue giocate. 

A quarant'anni (e oltre) si diverte ancora con il pallone tra i piedi: allena, e qualche volta gioca pure, nel Monferrato di San Salvatore, dove dimostra di avere anche ottime doti di gestione del gruppo, di capacità nel capirne le dinamiche, di abilità nel disporlo sul terreno di gioco e di coraggio...nel farmi esordire nel calcio "dei grandi"!

Mille sono gli aneddoti che si possono raccontare riguardo al suo rapporto con la sfera di cuoio, da quelli di un giovane Rivera che lo spiava estasiato mentre tirava bombe in allenamento ai portieri grigi, a quelli di chi ha allenato, che possono testimoniare di un piede raffinato capace di colpire per decine di volte consecutive il palo con tiri da fuori area.

Tinazzi è stato uno di quei giocatori che, da soli, valgono il prezzo del biglietto: spettacolo puro. Non riusciamo a capire come mai non sia arrivato a toccare le vette massime. O forse lo sappiamo: per lui il calcio è sempre stato solo un gioco, un piacere, una gioia. Gli è sempre bastato solo quello.

(Palla al Triso)

domenica 18 febbraio 2024

Milan: gli undici più forti di sempre

 

Grande tra i patrii confini, grandissimo fuori. Quasi a dispetto dei concittadini nerazzurri la più...internazionale delle squadre italiane è sicuramente il Milan, che se ha saputo vincere tanto nelle competizioni nazionali è stato formidabile quando ha dovuto imporre la propria superiorità all'estero.

Di tutto rispetto la bacheca nazionale: 19 scudetti, 5 Coppe Italia, 7 Supercoppe Italiane e anche due campionati di Serie B... Al di là delle Alpi e del Mediterraneo le terre di conquista: 7 Coppe dei Campioni, 2 Coppe delle Coppe, 5 Supercoppe Uefa, 3 Intercontinentali, un Mondiale per Club, una Mitropa Cup e 2 Coppe Latine.

Conquiste caratterizzate da grandi dirigenti: Rizzoli, Carraro, su tutti Berlusconi!

I migliori in campo:

1 Fabio Cudicini, 2 Alessandro Costacurta, 3 Paolo Maldini, 4 Nils Liedholm, 5 Cesare Maldini, 6 Franco Baresi, 7 Ruud Gullit, 8 Roberto Donadoni, 9 Marco Van Basten, 10 Gianni Rivera, 11 George Weah.

Panchina ricchissima: Andrij Shevcenko, Gunnar Nordhal, Filippo Inzaghi, Andrea Pirlo, Pierino Prati, José Altafini, Gunnar Gren, Juan Alberto Schiaffino, Kakà...

(Palla al Triso)

Le interviste impossibili: Massimiliano Allegri

 

Ma la Maremma! Ma dove sono finiti tutti?

Tutti chi, Mister?

I miei ragazzi! Oh, vado via un attimo, che m'ero annoiato di vincere tutti sti scudetti, du' palle!...torno e dove son finiti?

Ma chi sta cercando?

Come chi? O grullo, Pogba me l'han detto che ha sbagliato bottiglietta facendo colazione...ma Pirlo, Marchisio, Vidal? Arrivo in campo per fare allenamento, chiedo di fare un esercizio ai centrocampisti e mi spuntan fuori Nicolussi Caviglia, Miretti, un cow-boy...

Beh, ma ha anche Rabiot, Locatelli, Alcaraz...

Cheval fou mi sta pure bene, Locatelli lo devo sempre girare al contrario per fargli calciare qualche pallone in avanti, che sennò li butta tutti verso il codice fiscale che sta in porta! Alcaraz posso al massimo fargli giocare un set!

Guardi Mister che non è quell'Alcaraz. E' un omonimo!

Ah ecco, come Alex Sandro. Quello che c'è adesso è l'omonimo di quello di tre anni fa, quello che era titolare nel Brasile...

Però le stanno fiorendo tra le mani tanti giovani forti. E' spesso stato accusato, in passato, di non aver avuto il coraggio di lanciare i giovani.

Oggi ce ne sono di buoni ma avrei sperato di trovare almeno Fagioli...

Eh, avrà saputo quali problemi abbia avuto il ragazzo...

Sì, sì, però...avrei scommesso di averlo a disposizione... Meno male che mi è rimasto almeno il turco! Eh vabbé dai, con quegli altri di prima, le avrò pur perse ma sono arrivato a giocarmi due finali di Champions... 

Mister, han detto che si è commosso parlando con Mandzukic...

Maremma...vorrei veder te! Mi dicono: ci sono Khedira, Pjanic, Barzagli e Mandzukic... Son già tutto 'ngrifato per fare un allenamento bello tosto e scopro che mi voglion solo fare gli auguri e che l'allenamento me lo devo fa' con Miretti, Locatelli, Gatti e Kostic! Non era commozione...era disperazione!

E ora?

Ora vo' a lavorare! Ce n'è parecchio da fare se voglio arrivare in finale con Yildiz, Cambiaso, Iling, Vlahovic...

Ci spera davvero?

Sicuro! Di corto muso, al novantesimo...Eh, poi voglio vedere gli Allegri-out!

(Palla al Triso)

 


Celo/manca: figurine del "nostro" calcio: Vittorio Fiammengo


 

(Tratto da un Hurrà Grigi del passato)

C'era chi lo chiamava Roberto e chi lo chiamava Vittorio, ma per tutti era semplicemente "Fiamma". E' stato veramente un grande del nostro calcio, vissuto sempre col sorriso, con la capacità di sdrammatizzare, di riportarlo sempre nei giusti canali di attività ludica per i tanti ragazzini che sono passati tra le sue mani. Per loro solo tanti insegnamenti, trasmessi con simpatia, passione, gioia, divertimento. Un educatore prima che un allenatore.

Quando se n'è andato, lassù l'avrà accolto il suo grande amico Piero Mariani: "Oh, pastasiccia, t'è rivà 'nche ti?!" e via a parlare di calcio col Tagno e con Tina, gli amici di sempre. 

Fedelissimo cuore "Toro", Fiamma ha iniziato a giocare nel 1951, in quello che oggi è l'oratorio San Pio V, dove venne creata una squadretta di ragazzini tanto piccoli e vivaci da essere battezzata "Briciola". Fu lì che Roberto Vittorio Fiammengo (nella foto) diede i primi calci a un pallone. La prima maglia vera arriva però con la Don Bosco, con Traversa come allenatore. Tanta voglia di imparare e, indubbiamente, anche un bel po' di talento in quei due piedi, tanto che, nel 1953, il Torino lo inserisce nel proprio settore giovanile, dove Fiamma percorre tutta la trafila sino ad arrivare alla De Martino (quella che oggi si chiama Primavera), con buone prospettive di esordio in prima squadra.

Purtroppo, proprio nel momento più bello, la fortuna gira le spalle: un grave infortunio a un occhio lo costringe a una sosta forzata di diversi mesi. Il momento magico è passato! 

Per riprendere confidenza col campo il Toro lo gira al Casteggio, nel campionato di Promozione lombarda. Il sogno del grande calcio svanisce ma resta la convinzione di poter comunque far bene. La Vogherese offre la possibilità di giocare in D: Fiammengo ci rimane per sette anni, giocando 150 partite, impreziosite da una quarantina di reti.

Lasciata l'attività agonistica Fiamma non riesce a staccarsi da quel rettangolo verde e inizia una nuova avventura dalla panchina. Insegnare calcio ai ragazzini è sempre stato un piacere dal quale è stato impossibile staccarsi. Castellazzo, Garibaldi, Bassignana, Asca, Alessandria, Acqui, Cristo, Castelnovese, Valle San Bartolomeo, Valenzana, Casteggio, Vogherese, Valmadonna, ancora Alessandria e Aurora sono state le tappe di un lungo percorso che ha portato il mister a incontrare tanti giovani calciatori e tanti grandi uomini di sport, punti di riferimento imprescindibili, maestri di calcio e di vita, coi quali condividere tante fatiche e tante gioie. 

La gioia di educare più che allenare per un mantra che Fiamma ripeteva continuamente: "Vivere in mezzo ai giovani contribuisce a...non farmi diventare vecchio!"

(Palla al Triso)

sabato 17 febbraio 2024

Calcio e multiproprietà


Mentre in Italia ancora ci si dibatte su un De Laurentis padre, proprietario del Napoil e un De Laurentis figlio, proprietario del Bari; sulla confusione che ha caratterizzato negli ultimi anni gli incroci tra Lazio e Salernitana, entrambe gravitanti nella "galassia lotitiana"; nelle diffuse promiscuità che legano il nome di Maurizio Setti a Verona e Mantova, nel resto del mondo pare proprio che il concetto di multiproprietà calcistica sia stato ampiamente sdoganato. 
 
Lo scossone definitivo al sistema è arrivato, guarda caso, da quel mondo arabo che, forte di potenzialità economiche inarrivabili per gli altri mercati, e sostenuto da...complicità nei piani alti del calcio, sta determinando una nuova formula di gestione di piccoli imperi calcistici personali.
 
A far la voce grossa, in questo momento, è soprattutto il City Group, società fondata nel 2013 su spinta e iniziativa dell'Abu Dhabi United Group, la holding che all'epoca deteneva la proprietà diretta del Manchester City e oggi passata di mano alla società degli Emirati Arabi, Newton Investment and Development, che ne detiene oltre l'80 per cento, il restante è nelle mani degli statunitensi del Silver Lake Partners e dei China Media Capital.

Sono ormai quattordici le società calcistiche facenti parte del gruppo, sparse un po' in tutto il mondo. Si parte del Manchester City delle origini per girare l'Europa (Troyes, Girona, Lommel, Palermo e Vannes), gli Stati Uniti (New York City), l'Australia (Melbourne City), il Giappone (Yokohama Marinos), l'Uruguay (Torque), la Cina (Sichuan Jiuniu), l'India (Mumbai City), la Bolivia (Bolivar) e il Brasile (Bahia). Tutte collegate nei metodi di gestione e tutte fedeli ai dettami provenienti dalla società capofila di Manchester e alle direttive tecnico-tattiche imposte dal guru Guardiola.

Identiche le strutture, con un responsabile commerciale e uno sportivo, sempre in contatto con la base inglese, in una sorta di catena di montaggio predefinita dove medici e fisioterapisti seguono identici protocolli nella cura di infortuni e recuperi; gli allenatori utilizzano schemi e direttive "guardioliane"; gli scout elaborano le loro relazioni in base a parametri definiti preliminarmente.

Non a caso c'è Guardiola alla guida tecnica del City, in quanto il Barcellona è sempre stata la fonte ispiratrice e, altrettanto non a caso, quasi tutto lo staff dirigenziale del City Group è spagnolo.

Intanto piccoli tentativi di imitazione stanno seguendo le tracce lasciate sul percorso: i qatarioti del Newcastle, la famiglia Pozzo di Udinese, Watford e Malaga...

(Palla al Triso)



Manchester United: gli undici più forti di sempre


 

Passiamo sull'altra sponda di Manchester e andiamo a casa dei Red Devils dello United, società ricca di gloria e di storia. A cominciare da quella tristissima, di storia, datata 6 febbraio 1958, quando la squadra, di ritorno da una partita di Coppa Campioni contro la Stella Rossa, fa uno scalo tecnico in una Monaco di Baviera sotto la neve e, quell'aereo da lì non riesce più a risollevarsi: ci prova ma ricade e va in fiamme, ben nove calciatori perdono la vita (tra cui il fortissimo Duncan Edwards) e Bobby Charlton si salva miracolosamente.

Erano i "Busby boys", i ragazzi di Matt Busby, tecnico che ha segnato la storia della società, così come fece anni dopo Alex Ferguson. Soprattutto loro due contrinuirono ad arricchire la sala dei trofei con 20 campionati inglesi, 12 FA Cup, 6 Coppe di Lega, 21 Charity/Community Shields, 3 Coppe dei Campioni, una Coppa delle Coppe, una Coppa Uefa, una Supercoppa Uefa, una Coppa Intercontinentale e una Coppa del Mondo per Club.

Difficilissimo sceglierne solo undici:

1 Peter Schmeichel, 2 Gary Neville, 3 Denis Irwin, 4 Nobby Stiles, 5 William "Bill" Foulkes, 6 Steve Bruce, 7 George Best, 8 Bobby Charlton, 9 Wayne Rooney, 10 Eric Cantona, 11 Ryan Giggs.

Panchina folta: Roy Keane, David Beckham, Paul Scholes, Bryan Robson, Ray Wilkins, Denis Law, Cristiano Ronaldo, Mark Hughes.

(Palla al Triso)

Eroi dei Mondiali: Giuseppe Meazza


 

Brera scrisse di lui: "Grandi giocatori esitevano già al mondo, magari più tosti e continui di lui, però non pareva a noi che si potesse andar oltre le sue invenzioni improvvise, gli scatti geniali, i dribbling perentori e tuttavia mai irridenti, le fughe solitarie verso la sua smarrita vittima di sempre, il portiere avversario".

E Vittorio Pozzo, il direttore tecnico della Nazionale che con lui trionfò a due Mondiali consecutivi, arrivò a proclamare: "Averlo in squadra significava partire dall'1 a 0."

Eppure l'approdo al calcio di Giuseppe Meazza (nella foto), uno dei più grandi calciatori di sempre (per molti: il più grande), non fu facile. Orfano del padre, morto nel 1917 nelle devastazioni della Prima Guerra Mondiale, ebbe un'infazia segnata da povertà e sacrifici. Si mangiava poco e il fisico ne risentiva, al punto di non essere ritenuto idoneo dal Milan a causa delle sue carenze "strutturali". Fortunatamente però la capacità di vedere oltre di due grandissimi uomini di calcio, Fulvio Bernardini e Arpad Weisz, gli aprì le porte del grande calcio e il "Balilla", come venne etichettato a causa della giovanissima età, vestì il nerazzurro dell'Ambrosiana. Con quei colori vinse tre scudetti e una Coppa Italia, laureandosi anche per tre volte bomber della Serie A, ma fu con l'azzurro dell'Italia che toccò i vertici più alti di una carriera inarrivabile: fu due volte campione del mondo, nel '34 e nel '38 e con la Nazionale si aggiudicò anche due Coppe Internazionali, il corrispondente attuale della Coppa Europa. Solo Gigi Riva (arrivato a quota 35) seppe fare meglio di lui quanto a reti segnate in azzurro: nelle sue 53 presenze Peppino mise a referto ben 33 reti.

Una delle più famose è stata sicuramente quella che mise a segno il 16 giugno del 1938, nel corso della semifinale del Mondiale giocata a Marsiglia contro il favoritissimo Brasile. Colaussi aveva portato in vantaggio l'Italia e al 60° l'arbitro svizzero Wüthrich assegnò un calcio di rigore all'Italia: sul dischetto, come sempre, si presentò Meazza. Rincorsa e, poco prima di arrivare sulla palla, l'elastico dei pantaloncini si spezzò; il rischio era che cadessero ma quell'attimo era fondamentale e non poteva essere interrotto. Meazza si tenne un po' goffamente le braghe con una mano e andò a calciare, Walter Goulart, il portiere brasiliano, venne distratto dai movimenti inconsueti del calciatore italiano e non riscì a contrastarlo. Sarà finale, sarà Mondiale!

(Palla al Triso) 


Celo/manca: figurine del "nostro calcio - Tony Colombo

 

Tratto da un Hurrà Grigi del passato

Che siano 406 o che siano 408 poco importa, quello che conta è che nessuno mai (finora e chissà per quanto ancora!) sia riuscito a fare meglio di lui. Antonio "Tony" Colombo (nella foto in un contrasto) è il più Grigio di tutti!

Per più di quattrocento volte si è infilato la maglia grigia e in tantissime occasioni ci ha pure aggiunto la fascia da capitano. Tony è il simbolo del calcio alessandrino: a lui e solo a lui i tifosi sono riusciti a perdonare anche un passaggio da allenatore in seconda nell'odiata Casale, un affronto se compiuto da chiunque altro, derubricato a peccato veniale se a proporlo è chi, comunque, sulla pelle ha tatuata la maglia grigia e una semplice stella bianca potrà, al massimo, provocare un po' di allergia.

Colombo è del '47, nato e cresciuto nll'hinterland milanese (e tracce di "bauscia" resistono ancora oggi nella sua parlata) ma dal 1968 ha preso la cittadinanza alessndrina e non l'ha più abbandonata. La prima maglia è quella lilla del Legnano, troppo poco virile per un "duro" come lui. Suo compagno di viaggio verso Alessandria sarà il centravanti Tomy, così quell'anno i Grigi acquistano Tomy e Tony! Da allora prendono il via le oltre 400 partite in grigio con condimento di Coppa Italia Semipro, di Serie B conquistata e (purtroppo) subito persa, di tante sfide che lo hanno consacrato al ruolo di icona del calcio mandrogno.

Nel 1983 Colombo appende le scarpe al fatidico chiodo ma non abbandona di certo il calcio (e tantomeno Alessandria). Con Ghio e Ferretti affina metodi e tecniche, fino ad assumere in prima persona il titolo di Mister, portando una squadra presa in mano a centroclassifica a giocarsi un drammatico spareggio col Prato: la promozione non arriva ma la via della seconda vita calcistica di Colombo è segnata. In questi ultimi anni non è rimasto con le mani in mano: prima il settore giovanile grigio, poi a fare da spalla a Buglio, in prima squadra, poi ancora il periodo nero (stellato) di Casale e infine Acqui, sempre a collaborare col mister toscano. Con una certezza: su qualsiasi campo si sia trovato, la prima cosa che ha sempre chiesto, a fine partita, è stata: "Ueh, cos'han fatto i Grigi?"

(Grande "calciallenatore", grandissimo uomo!)

(Palla al Triso)

venerdì 16 febbraio 2024

Riflessioni sul fuorigioco


 

Tratto da "I Mondiali di Jules Rimet" - Bradipolibri

Le prime esperienze calcistiche non hanno ancora maturato il concetto del fuorigioco. Capita, spesso e volentieri, di assistere ad autentiche ammucchiate senza nè capo nè coda nei pressi delle due porte e, frequentemente, quando la palla viene rinviata dalla parte opposta del campo è probabile che qualcuno degli attaccanti si fermi in area, in attesa, a sua volta, di un rilancio. In simili condizioni è quanto mai difficile sperare di poter assistere a spettacoli decenti. Questi...centravanti d'area, evidentemente non troppo rari, si sono addirittura meritati una loro definizione particolare: vengono infatti chiamati "kick throughs" e sono veri e propri avvoltoi sempre in agguato. 

Un'altra corrente di pensiero, fortemente mutuata dalle regole del rugby, vorrebbe che nessun giocatore si debba trovare davanti alla palla. A un'analisi attenta, nostra e dei precursori tattici del gioco, entrambe le vie appaiono poco percorribili. Tanto la prima, che vede quelle orribili ammucchiate davanti alla porta, quanto la seconda, che favorisce forse le azioni individuali, non concedono spazi e futuro allo sviluppo corale del gioco.

Ufficialmente sono le Cambridge Rules a normare, per la prima volta, la questione, con la regola che pretende tre giocatori avversari tra il giocatore che attacca e la linea di porta. La cosa sembra funzionare, tanto che la Football Association fagocita questa normativa. 

Solo nel 1925 si passerà dai tre ai due giocatori, versione definitiva, ancora oggi in auge.

(Palla al Triso)

A volte ritornano!

  Non riesco, sono troppi i motivi che mi portano a ridare vita a "Palla al Triso". Per primo l'affetto, la simpatia, l'in...