Lettori fissi

domenica 17 marzo 2024

Juvecentus: 1899 - Terza puntata

 

Le maglie rosa

I primi gravi problemi esistenziali per la neonata società sono puramente economici. Superati quelli relativi alla sede, grazie alla generosità del primo presidente, Eugenio Canfari, una nuova esigenza si pone all'attenzione dei footballers: la divisa sociale. Idee tante ma di soldi neanche l'ombra. Anche in questa occasione viene in aiuto un anziano genitore, pronto a soddisfare la "insana" passione del figlio. Da un fondo di magazzino si materializza una pezza di percalle rosa: qualche mamma volonterosa taglia e cuce le camicie, aggiungendoci, con un pizzico di civetteria, un bel colletto bianco. Ognuno aggiunge poi il proprio cravattino, i propri calzoncini e le proprie scarpe, in un miscuglio variante dal grigio chiaro al nero. Nasce così la maglia rosa, che alcuni anni dopo il Giro d'Italia consacrerà come simbolo di supremazia.


LA "STORIA" DEL 1899

"E' il gioco più bello e immediato del mondo - scrisse un giorno Gianni Brera - ma si giocava nelle strade e perciò venne subito considerato volgare". Nonostante ciò, però, la sua popolarità continua a crescere. In occasione del secondo campionato già molti supporters seguono lo svolgimento delle partite, pur senza l'entusiasmo tipico dei giorni nostri. Il torneo ha una nuova formula: le sfidanti si incontrano tra di loro per definire il nome della sfidante al campione in carica. La finale è Genoa-Internazionale e i liguri, ancora zeppi di stranieri, hanno la meglio.

(Palla al Triso)

 



L'Asca entra nell'orbita del Monza Calcio

 


 

Complimenti vivissimi allo staff dirigenziale gialloblu dell'Asca, a Tonon, Berengan, Scarcella, Piana, Colli, Calmini e a tutti i loro collaboratori, autori di uno storio accordo con il Monza Calcio.

E' stata la stessa società brianzola a dare la notizia con un proprio comunicato ufficiale:

"Si arricchisce la rete di affiliazioni biancorosse, grazie all'ingresso di una nuova società, l'Associazione Sportiva Cattedrale Alessandria. Il progetto affiliazioni, partito nel 2019 per favorire la formazione e la preparazione tecnica dei giovani talenti del territorio brianzolo, lombardo e nazionale si conferma in forte crescita. Con le ultime aggiunte l'A.C. Monza può contare su 59 società affiliate lungo tutta la penisola italiana.

L'Associazione Sportiva Cattedrale Alessandria (ASCA), nata nel 1966, è una presenza storica del calcio dilettantistico piemontese, con oltre quarant'anni in Prima e Seconda Categoria e il recent exploit in Eccellenza nelle stagioni dal 2016 al 2018. L'ampio staff è composto da collaboratori qualificati e professionali, che mirano a rafforzare la crescita del progetto e dei propri tesserati, volto allo sviluppo di un settore giovanile sempre più funzionale alla formazione sportiva e sociale dei giovani calciatori, coinvolgendo le famiglie degli atleti attravreso l'identità societaria.

Grazie a questo accordo, calciatori, staff tecnico, dirigenti e famiglie della società vivranno un ricco programma di attività di condivisione tecnica ed esperienziale insieme allo staff A.C. Monza.

A.C. Monza esprime grande soddisfazione per l'accordo raggiunto, volto a creare una sinergia tra i settori giovanili."

"L'affiliazione al Monza - commenta Lorenzo Mandrino, responsabile del settore giovanile dell'Asca - rappresenta per noi una straordinaria opportunità, nell'ambito di un percorso di crescita che andrà ben oltre il semplice aspetto calcistico, ma che si pone come obiettivo principale quello di mettere al centro i ragazzi. Valori e contenuti di alto livello saranno alla base di una partnership che ci rende orgogliosi".

P.S.: probabilmente grazie a questo comunicato tanti sportivi alessandrini hanno finalmente preso coscienza di cosa potesse significare la sigla ASCA!

(Palla al Triso)




sabato 16 marzo 2024

Napoli: gli undici più forti di sempre

 


Dalla Capitale scendiamo di quasi duecento chilometri a sud e, sotto le pendici del vulcano ci troviamo una società che definire "vulcanica" è sicuramente termine riduttivo. Spesso in bilico tra "miseria" e nobiltà i biancazzurri napoletani hanno vissuto gran parte della loro storia in altalena tra momenti di difficoltà conclamata e attimi di fulgore splendente, trascinati da campioni assoluti.

3 scudetti, 6 Coppe Italia, 2 Supercoppe italiane, una Coppa Uefa, una Coppa delle Alpi, una Coppa di Lega Italo-inglese e un campionato di Serie B tra le conquiste più importanti.

Inutile dire quanto la formazione ideale della storia napoletana non possa che partire dal suo numero 10:

1 Luciano Castellini, 2 Giuseppe Bruscolotti, 3 Giovanni Francini, 4 Salvatore Bagni, 5 Fabio Cannavaro, 6 Ruud Krol, 7 Marek Hamsik, 8 Antonio Juliano, 9 Giuseppe Savoldi, 10 Diego Armando Maradona, 11 Lorenzo Insigne.

In panchina: Dino Zoff (che il meglio ha dato alla Juve), Fernando De Napoli, Kalidou Koulibaly, Careca, Gonzalo Higuain, Dries Mertens, Moreno Ferrario, Ciro Ferrara, Attila Sallustro, Gianfranco Zola, Ottavio Bugatti, Hasse Jeppson, José Altafini, Omar Sivori, Edinson Cavani, Victor Osimhen e Vinicio Luis de Menezes... elenco lunghissimo e, forse, incompleto!

(Palla al Triso)

 

Juvecentus: 1898 - Seconda puntata

 

Eugenio Canfari (nella foto)

I presidenti di oggi sono, nella stragrande maggioranza, affermati manager, sempre impegnati e attivi 24 ore su 24, con stuoli di assistenti e cortigiani adulanti e incensanti. Il primo presidente della storia della squadra che, un giorno, arriverà a dominare il mondo è, invece, Eugenio Canfari, un semplice gentiluomo della media borghesia cittadina, amante di ciclismo e ginnastica, ricco di disponibilità e poco altro, ma trascinato dall'entusiasmo degli studenti a vivere questa grande avventura. E lo fa con lo spirito del pioniere, mettendo a disposizione una stanza del negozio del padre per ospitare le prime riunioni, pagando di tasca propria le sei lire di affitto della prima vera sede e dichiarando, al momento della propria investitura, che "chi indossa la nostra divisa, le rimarrà fedele malgrado tutto e la terrà come prezioso ricordo".

...Sono proprio passati cento anni!

 

LA STORIA DEL 1898

E' l'anno del primo campionato italiano ufficiale. Lo vince il Genoa Cricket and Football Club, ricco di giocatori britannici che, dopo aver fissato le regole principali del gioco, si danno un gran da fare per esportarlo oltre Manica. Il primo giocatore che raggiunge la dimensione del mito è Spensley, grande portiere, ma anche, all'occorrenza terzino e, soprattutto infaticabile dirigente e organizzatore. L'incontro ufficiale di apertura (anzi, l'intero campionato!) si svolge proprio a Torino, luogo che il "Dio del Calcio" ha evidentemente scelto come segno del destino. Le protagoniste: Internazionale, F.C. Torinese, Genoa e Società Ginnastica Torino.

E' l'8 maggio 1898.  

(Palla al Triso)

 

 

 

 



 

 


 

venerdì 15 marzo 2024

Lazio: gli undici più forti di sempre

 


L'altra faccia di Roma. Col nome che comprende tutta una regione, con i colori che richiamano alla bandiera della Grecia, con un animo e un vissuto fatto di momenti contrastanti, periodi di anonimato e tratti di grande entusiasmo Una società spesso in ballo tra il bene assoluto e il rischio di scivolare in situazioni di pericolo tali da metterne in dubbio addirittura l'esistenza stessa.

Una società, comunque, in grado di incamerare 2 scudetti, 7 Coppe Italia, 5 Supercoppe italiane, una Coppa delle Coppe, una Supercoppa Uefa, una Coppa delle Alpi e un campionato di Serie B.

Eccone gli undici più rappresentativi:

1 Angelo Peruzzi, 2 Giuseppe Favalli, 3 Luigi Martini, 4 Sinisa Mihajlovic, 5 Alessandro Nesta, 6 Giuseppe Wilson, 7 Giuseppe Signori, 8 Luciano Re Cecconi, 9 Giorgio Chinaglia, 10 Vincenzo D'Amico, 11 Pavel Nedved.

In panchina (alcni a malincuore...): Fulvio Bernardini, Bruno Giordano, Mario Frustalupi, Silvio Piola, Ciro Immobile, Miroslav Klose, Sergej Milinkovic-Savic, Stefan Radu e Bob Lovati.

(Palla al Triso)

Celo/manca, figurine del "nostro" calcio: Egidio Rapetti


 

Chi ha avuto modo di entrare in contatto con lui non può pensarla diversamente: Egidio è stato un personaggio mitico del nostro semplice calcio di provincia, un calcio semplice come lui, una semplicità fatta di impegno, passione, gioia e simpatia.

Egidio, tout court, senza bisogno di abbinargli un cognome, perchè di Egidio ce n'era, ce n'è stato, ce ne sarà sempre uno solo. Che poi si chiamasse anche Rapetti era un di più, un'appendice quasi inutile per distinguerlo dalla massa.

Egidio è stato il calcio della nostra provincia, in mille forme. Ha iniziato da calciatore, difensore duro, arcigno, buon randellatore, nelle categorie minori dilettantistiche, poi è stato massaggiatore, infine è diventato l'addetto al campo al Moccagatta, quella che era diventata la sua seconda casa.

Fu lui a ribattezzare "Mago" Sergio Viganò, il re dalle mani d'oro, capace di ridare vita ai muscoli più sfilacciati, l'amico di sempre. Ebbe anche un ruolo importante in FIGC, vivendo da protagonista gli staff delle selezioni provinciali.

Ci lasciò nel 2019 a 78 anni e il vuoto non si è ancora colmato.

Egidio è stato la fotografia più bella del calcio che più amiamo, quel calcio fatto di passione, dedizione e amicizie tanto profonde da non morire mai.

(Palla al Triso)

Juvecentus: 1897 - Prima puntata

 LA PANCHINA DI CORSO RE UMBERTO

C'è ancora.

E la municipalità di Torino dovrebbe fare in modo di trasformarla in un monumento storico, con tanto di lapide a perenne ricordo. (Lo ha poi fatto la società, ndr)

E' una delle mille panchine che si possono trovare negli aristocratici viali torinesi, è "la" panchina per gli eterni innamorati della Vecchia Signora.

Lì si incontravano, al termine delle lezioni, gli studenti del Liceo Massimo D'Azeglio, lì hanno avuto luogo le loro discussioni, lì (o poco distante, nell'officina ciclistica dei fratelli Canfari) nasce la Juventus.

Il primo, impegnativo compito è rappresentato proprio dalla scelta del nome della costituenda società: Iris Club, Massimo D'Azeglio, Augusta Taurinorum, Forza e Salute, Vigor et Robur, Società Via Fort, ma tra tutti ha la meglio uno Sport Club Juventus, un tocco latineggiante in ossequio agli studi classici dei fondatori.

 

LA "STORIA " DEL 1897

Eugenio ed Enrico Canfari, Pio Crea, Carlo Ferrero, Gioacchino Armano, Luigi Gibezzi, Umberto Malvano, Vittorio Varetti, Gino Rocca, Umberto Savoia, Domenico Donna, Carlo Favale, Guido Botto, Secondi, Molinatti, Rolandi, Chapiron, Nicola, Barberis, Mazzonis, Collino, Frey, Mastrella, Colombo, Nay e qualcun altro di cui non è rimasta memoria storica: sono i "papà" della Juventus, gli ormai mitici studenti del D'Azeglio. Di molti si sono subito perse le tracce, altri diverranno pietre miliari della storia della società.

La Torino del 1897 raggiunge a malapena i 300 mila abitanti ma è lanciata prepotentemente a divenire una grande metropoli moderna.

Regno degli sportivi sono le grandi distese verdi del parco del Valentino, è il Po il primo testimone delle imprese calcistiche dei bogianen sabaudi.

 (Palla al Triso)

 

 

giovedì 14 marzo 2024

La storia di Juvecentus, il libro dimenticato

 


 

Correva l'anno 1997 e a novembre la Juventus avrebbe compiuto cento anni di vita.

Insieme all'amico, "maestro" di disegno, Alex Di Gregorio, con cui condividevo una scrivania d'ufficio, ebbi la "malsana" idea di dare vita a un'opera che potesse celebrare il compleanno bianconero e lavorammo al progetto, assgnando a ogni anno, dal 1897 al 1997, un personaggio juventino che potesse contrassegnare quei dodici mesi.

Sviluppammo un'idea che ci piacque e che piacque anche ad altri. Grazie ad alcuni "agganci" arrivammo a parlarne con Daniele Boaglio, a quei tempi direttore della comunicazione della Juve, che ci indirizzò verso "Story and Glory", l'agenzia a cui era stata deputata la gestione editoriale dell'evento. Quando venimmo convocati a Torino dallo stesso amministratore delegato dell'agenzia per comunicazioni non stavamo più nella pelle. Ancora di più ci entusiasmarono le sue parole: "Sono arrivate 148 proposte editoriali da tutta Italia, abbiamo scelto la vostra come...uscita ufficiale di Juvecentus!"

Rasentammo il colpo apoplettico quando ci venne fatto firmare un accordo con "Editoriale Rosabella", che gestiva la diffusione di Hurrà Juventus e che, oltre a un discreto ritorno economico (di cui avremmo sinceramente anche fatto a meno, visto che la soddisfazione del traguardo raggiunto superava qualsiasi altro aspetto), garantiva l'uscita del nostro lavoro come inserto omaggio della rivista del numero di novembre. Cosa che non avvenne.

Ci venne spiegato che, a causa di problemi puramente tencici, l'uscita avrebbe assunto caratteristiche di strenna natalizia per il numero di dicembre. Cosa che non avvenne.

Seguirono alcuni mesi di silenzio assoluto da parte delle nostre controparti, fino a quando, finalmente, ci venne confessato che il lavoro era stato "stoppato" da un dirigente che, in quegli anni, rappresentava un potere particolarmente forte in ambito societario, che ritenendola troppo "filo-bonipertiana", non la considerò adatta allo scopo.

Conosciamo tutti quale fu...l'evoluzione storica della società bianconera e quali divennero i destini di alcuni di quei dirigenti. A noi restarono la soddisfazione di un buon lavoro fatto e la delusione per certe assurde valutazioni. Ma soprattutto ci è restata, oggi, la possibilità di proporla al giudizio dei lettori!

Anno per anno, situazione per situazione, campione per campione: riviviamo i primi cento anni della Signora! Un anno al giorno, a cominciare da domani....

(Palla al Triso)

Le pagine nere del libro Azzurro - Corea del Nord-Italia 1966

 

(Tratto da "I Mondiali di Jules Rimet" - Bradipolibri)

La sconfitta con l'Urss, seguita dalla non esaltante vittoria sul Cile, getta Fabbri nella più cupa disperazione. L'allenatore azzurro è assalito dalla paura. L'unico motivo di sollievo è rappresentato dal fatto che l'ultimo avversario da incontrare, per garantirsi il passaggio del turno, è la Corea del Nord, squadra che il suo assistente Ferruccio Valcareggi è andato a spiare e avrebbe (lui ha sempre negato) definito "Ridolini", ricordando quell'attore dei primi filmati cinematografici che si muoveva a scatti velocissimi che lo rendevano ridicolo. Contro di loro basterà un pareggio. E' impensabile che non venga raggiunto un obiettivo che sarebbe semplice anche per una squadra di Serie C italiana. Tutti lo danno per scontato, anhe i giornalisti, che quasi in massa preferiscono andare a Birmingham a vedersi il ben più attraente Portogallo-Brasile. Fabbri, però, vive la sua tragedia circondato da fantasmi. E' terrorizzato e si rifiuta persino di comunicare la formazione ufficiale. Fare pretattica contro una squadra di questo tipo viene letto come un affronto dalla stampa italica.

Per non fare figuracce con i lettori, i giornalisti al seguito degli Azzurri si accordano per darne una che sia uguale per tutti. Il corrispondente della rosea, Enrico Violanti, si fa prendere dallo scrupolo e crede corretto avvertire Fabbri di questa posizione assunta dai rappresentanti dell'informazione. Se ne assume il compito Gianni De Felice, che incontra Fabbri nel suo bunker di Durham. Mondino ritiene che sia una subdola manovra per imporre la formazione, si arrabbia tantissimo e apostrofa il giornalista definendolo, con forte accento romagnolo: "simmiotto" (scimmiotto). De Felice non ci vede più dalla rabbia e si lancia sul mister. Enrico Ameri li separa, impedendo che la rissa degenire in farsa. Fabbri è un ottimo allenatore, ma ha nel temperamento ansioso e nel carattere permaloso il suo tallone d'Achille. I nervi gli saltano facilmente, andando a compromettere il buon lavoro fatto. Nella nebbia inglese prendono forma anche i fantasmi.

(...e dalla nebbia sbuca il tiro di Pak Doo Ik - nella foto - che buca Albertosi e manda a casa l'Italia...)

(Palla al Triso)

A volte ritornano!

  Non riesco, sono troppi i motivi che mi portano a ridare vita a "Palla al Triso". Per primo l'affetto, la simpatia, l'in...